“ SEGNI INDELEBILI “
Milano tatoo convention 2006
Cosa evoca comunemente la parola tatuaggio? Dolore, moda, trasgressione,
gente poco rispettabile: pare essere questa l’idea dilagante. E, lo
ammetto, in parte era anche la mia, prima che mi fermassi a riflettere,
o meglio, a guardare.
Nelle fotografie di Giuseppe Vitale ho visto lo sguardo concentrato e
assorto dei tatuatori, come artisti dediti alla realizzazione di
un’opera in cui non sono concessi errori. Ho visto corpi disegnati dalla
testa ai piedi, e non importa se fa male, e non importa se dura per
sempre. Ho visto ali d’angelo, draghi, segni di lingue sconosciute e
volti umani adornare corpi giovani o meno. Ho visto occhi determinati e
sognanti, incuranti del dolore.
Questo non è il mondo degli adolescenti che vogliono indispettire i
genitori o sentirsi trasgressivi, non è (più) quello di carcerati e
marinai. Ricorda piuttosto quello delle tribù dell’Africa o della
Polinesia, terre in cui quest’arte antica ha avuto origine. Il tatuaggio
è una pratica velata della sacralità di un’iniziazione, un modus
vivendi, un progetto di esistenza, di desiderio e di piacere, di
eccesso e di scelta oltre che di rivendicazione della propria
corporeità.
Le foto ritraggono un vero e proprio universo, cui è facile sentirsi
estranei, ma che altrettanto facilmente affascina. Qui si respirano
idee, valori, culture spesso ignorate. Cosa spinge a farsi un
tatuaggio? Il desiderio di abbellire il proprio corpo per attirare gli
sguardi altrui? O si tratta piuttosto della volontà di ricoprirlo fino a
trasformarlo, affinché non sia visibile ciò che davvero è? Forse
entrambe le cose, forse nessuna.
Oltre alle motivazioni che possono indurre a una tale scelta, quel che
desta maggior interesse è la sua irrevocabilità, dato che un tatuaggio
è, almeno in teoria, per sempre.
Non c’è il timore di cambiare idea, di stancarsene, con gli anni?
Evidentemente no, non per i soggetti di queste fotografie, che hanno
voluto rendere il loro corpo l’eterno riflesso dei propri pensieri.
Hanno seguito quella che è una vera passione, una scelta di vita
importante, stampandosi addosso un perenne biglietto di presentazione:
chi modifica il proprio corpo decide di trasformare per sempre la
percezione che gli altri avranno di lui, mutando la propria fisicità. Il
tatuaggio ne diviene così parte integrante, soggetto alle stesse
imperturbabili leggi del tempo, ma non importa. Anzi, proprio in quest’eternità
risiede l’aura di sacralità di quest’arte.
Perché di arte si tratta, io credo. Un’arte cui tutti hanno diritto e
possibilità di accesso.
Sarah De Sanctis